Argentina, la battaglia dei piqueteros
Di Emiliano Guanella du Il Nuovo del 29 novembre 2001 SAN SALVADOR DE JUJUY - Un
blocco stradale improvvisato con vecchi copertoni bruciati, tronchi di alberi e
carcasse di auto. E’ questa la protesta dei piqueteros,
il movimento spontaneo dei disoccupati che da mesi si sta espandendo, a macchia
di leopardo, in tutta l’Argentina. Una lotta ad oltranza, in attesa che dal
governo arrivino impegni concreti per trovare quel lavoro che manca, stando
alle cifre ufficiali al 16% della popolazione. I piqueteros stanno fino a due, tre settimane accampati in tende
poste sull’asfalto delle Rutas Nacionales,
le arterie che per migliaia di chilometri attraversano un paese grande quasi
quanto l’Europa. Come a San Salvador de Jujuy, capoluogo dell’omonima provincia,
distante ben 1.700 chilometri dalla capitale Buenos Aires e appena 300 dalla
frontiera con la Bolivia. “Abbiamo occupato la ruta 5 una settimane fa – dice
Pablo David Arias che si autodefinisce come il responsabile della sicurezza del
campo - e non sappiamo quando ce ne andremo. In tutto siamo più di cinquecento
tra uomini, donne e bambini. C’è gente proveniente da tutta la regione e tutti
insieme ci siamo organizzati in gruppi a seconda della zona d’origine. La
nostra provincia è una delle più colpite dalla politica di tagli alla spesa
pubblica decisa dal ministro dell’economia Domingo Cavallo. Negli ultimi mesi
ci hanno tolto ben 2600 plan trabajar,
i piani assistenziali pagati dal governo 120 dollari al mese per lavori
socialmente utili. Questa era, in pratica l’unica fonte di reddito per intere
famiglie che ora si trovano senza nulla in mano”. Nel campo dei piqueteros le lunghe giornate in mezzo alla strada vengono scandite
al ritmo delle attività comunitaria, delle riunioni e dei pasti. “Alla mattina
– spiega Maria, addetta della piccola
cucina da campo che serve più di mille pasti al giorno – organizziamo il giro
nei supermercati e nei mercati rionali per chiedere alimenti, vestiti,
combustibile per le stufe. Cerchiamo di variare nell’alimentazione ma è
difficile riuscire a preparare qualcosa di diverso da una zuppa calda con
verdure e un po’ di carne. Dopotutto dobbiamo dar da mangiare a 500 persone in
una settimana con poco più di cento dollari, quanto si riesce a mettere insieme
dalla colletta tra tutti i partecipanti”. Nel pomeriggio l’accampamento è teatro di interminabili
partite a carte bevendo tè o mate, l’infuso di erbe tipicamente argentino. Non
mancano le riunioni per fare il punto sulla protesta e per organizzare la vita comunitaria. Il
problema centrale, a parte la fame e la stanchezza è ammazzare il tempo in
attesa di qualche novità. Che raramente sono positive. Poche volte i piqueteros riescono a strappare dalle
autorità degli impegni formali per venire incontro alle loro richieste. Il tira
e molla interminabile e infruttuoso tra governo e dimostranti dimostra, se mai
ce ne fosse bisogno, le difficoltà di un paese stretto dalla peggiore crisi
economica degli ultimi vent’anni. “A volte – ammette Victor - ci sentiamo presi
letteralmente in giro. L’ultima promessa del governo è di dare ad ogni capo
famiglia una specie di carta di credito alimentare del valore di 150 dollari
mensili da poter spendere però esclusivamente in supermercati e negozi d’abbigliamento.
Non ci crediamo affatto. Ma anche se fosse vero, nessuno ci dice come faremo
per pagare i trasporti o qualsiasi altra cosa che non sia cibo o vestiti. Il
problema è la mancanza cronica di lavoro. Senza lavoro l’uomo non ha niente di
suo, non può produrre e guadagnarsi onestamente ciò di cui ha bisogno. Per
questo durante i blocchi stradali cerchiamo di insegnare alla giovani
generazioni il senso della nostra protesta. Tentiamo di trasmettere una
coscienza sindacale capace di rompere i rapporti semifeudali che ancora oggi
reggono molte province rurali dell’Argentina”. Quando le trattative arrivano ad un punto morto, per i piqueteros ci sono solo due alternative;
lasciare spontaneamente l’accampamento o restare in attesa dell’intervento
della polizia o dell’esercito, che ha il compito di liberare le strade
occupate. In alcuni casi, come è accaduto l’anno scorso nella vicina provincia
di Salta, gli scontri provocano morti e feriti, esasperando ancora di più una
situazione già di per sé esplosiva. Al piquete
di Salvador de Jujuy, giurano tutti, non si vuole arrivare alla violenza. Si
aspetta e si spera. Ma al calare della sera si organizzano i turni di guardia
delle sentinelle armati di bastoni di legno e megafoni per dare, se ce ne fosse
bisogno, l’allarme. (29 NOVEMBRE 2001, ORE 18:30)